Estratto GLI ANGELI DEL DEMONIO

SIETE PRONTI A SCOPRIRE IL PROSSIMO ASSASSINO?

ROMA 1973. ORFANOTROFIO della MARCIGLIANA

 

   I sei piedini, stretti in scarpe di tela dai bordi sfilacciati, penzolavano inermi dalla panchina di legno, mentre un vento caldo, che arrivava da ovest, muoveva le foglie della quercia secolare che stagliava i suoi rami come lunghe braccia verso il cielo nero, incastonato di astri luccicanti. L’estate era al termine, e settembre batteva insistentemente alle porte. Presto di giorno il cielo azzurro si sarebbe coperto di nubi grigie e cariche di acqua, e il vento gelido della notte avrebbe ululato spaventoso. La coperta di lana non sarebbe bastata a riscaldare i corpicini esili delle tre bambine, mentre i rumori delle tenebre avrebbero strisciato nella camera, costringendole a dormire abbracciate in un unico letto, per farsi coraggio.

   Nessuna di loro aveva aperto bocca, dopo che si erano sedute sulla panchina per restare a guardare la distesa di verde che si stendeva fra via della Bufalotta e via della Marcigliana, fino a disperdersi dove i loro occhi non potevano arrivare. Per riuscire ad appoggiarsi al legno fradicio di acqua, si erano aiutate a vicenda, e ora erano l’una vicino all’altra, tenendosi per mano. Erano sedute lì da almeno dieci minuti, strette in golfini di cotone grigio, tutti uguali e anonimi, che poco si abbinavano con le gonne lunghe fino ai piedi di pesante tela, ruvida al tatto. Ogni tanto, una delle tre si abbandonava a un sospiro e, socchiudendo gli occhi, restava ad ascoltare il silenzio di una notte che poteva essere simile a tante altre che insieme avevano vissuto per cinque lunghi anni.
   La bambina più piccola, si mosse appena, raddrizzando la schiena. Si piegò in avanti. Guardò di sotto. Sollevò i piedi e poi li lasciò ricadere contro il legno della panchina. Ripeté quel gioco un paio di volte, azzardando un sorrisetto dispettoso, fino a che non si accorse che le due amiche, sedute accanto, avevano aperto gli occhi, e ora la fissavano.
  “Smettila!” sibilò quella seduta alla sua destra, con i capelli biondi e ricci che ricadevano sulle spalle incorniciandole il viso tirato in una smorfia. Girò il busto, liberando il golfino che era rimasto impigliato nella capocchia di un chiodo sporgente dal legno. Si era formato un piccolo foro e un filo sbucava ribelle. Lo tirò, sfilacciando due punti, e il buco divenne più grande.
  “Ho la gonna tutta bagnata” piagnucolò la prima bambina. Strisciò in avanti, avanzando di qualche centimetro. Tornò a guardare di sotto. I suoi piedi non riuscivano ancora a sfiorare il ciuffo d’erba che aveva calpestato mentre tentava di arrampicarsi sulla panchina. “Domani suor Angelica si arrabbierà.”
  “Cosa ti importa?” chiese l’altra, infilando il filo nel buco per nasconderlo. “Domani mattina verranno a prenderti i tuoi nuovi genitori e non indosserai mai più quella gonna.”
  “Mi piaceva” protestò l’altra. “Adesso che non è più larga e lunga, mi ci ero affezionata.”
   La bambina seduta in fondo alla panchina sbuffò, spostandosi i capelli dalla fronte.
  “Questa è l’ultima volta che possiamo restare su questa panchina a guardare le stelle” s’intromise. Portava una molletta a forma di farfalla, che le sorreggeva una ciocca di capelli sul lato sinistro. “Almeno questa sera, potete non litigare?”
  “Ha cominciato lei!” s’imbronciò la bambina con il golfino bucato.
  “No, sei stata tu! Io mi sono solo mossa e…”
  “Basta!” si arrabbiò la terza drizzando la schiena e sporgendosi in avanti, in modo che anche l’amica più piccola potesse scorgere il suo viso. “Non vi ho chiesto di venire qui per bisticciare come due mocciose. Abbiamo qualcosa di importante da fare.”
  “Sì, appunto. Perché siamo qui?” chiese quella seduta al centro, inclinandosi in avanti. “Potevamo anche salutarci domani mattina. I nuovi genitori arriveranno tutti insieme, e suor Angelica ci accompagnerà nel cortile.”
   L’altra abbassò il capo, restando a guardare le sue scarpette immobili. Dalla punta spuntava un dito. Erano diventate troppo strette, e corte. L’anno prossimo non avrebbe potuto più indossarle.
  “Scusa” tornò a parlare quella con i capelli biondi. “Non volevo essere cattiva, ma non vedo l’ora di andarmene da qui, anche se il mio papà non mi piace.”
  “Non l’hai ancora visto” precisò la bambina con la molletta.
  “Suor Angelica dice che è un uomo serio e sempre arrabbiato” rincarò la dose l’altra.
  “La mia mamma e il mio papà invece sono simpatici” intervenne la piccola. “Mi hanno promesso che avrò una cameretta tutta per me, con tanti giocattoli” esclamò battendo le manine fra loro. “E anche una sorella più grande.”
  “Non lamentarti” intervenne la bambina seduta all’altro capo della panchina, rivolta a quella che stava nel centro. “Almeno avrai una casa calda dove poter trascorrere le feste di Natale e sono sicura che avrai anche dei bei vestiti. Io sarei stata pazza di gioia se suor Angelica avesse trovato un papà anche per me.”
   Le sue parole si dispersero nel silenzio del giardino.
   Le tre amiche rimasero a guardare davanti a loro, come se lo spettacolo che la notte offriva riuscisse ancora a catturare la loro attenzione e il loro stupore, nonostante avessero osservato quel paesaggio troppe volte anche solo per pensare di scordarselo.
   Era sempre stato il loro segreto. Sgattaiolavano dalla camerata occupata da tredici compagne non appena le luci si spegnavano e le suore della confraternita si chiudevano nelle loro celle. In silenzio, raggiungevano la porta sul retro lasciata sempre aperta per permettere al fattorino di entrare e uscire la mattina presto per portare il latte e il pane appena sfornato. Correvano a perdifiato fino a raggiungere l’altro lato dell’edificio, dove c’era il cancello chiuso e la porta principale dell’orfanotrofio e, una volta arrivate alla panchina, vi si arrampicavano sopra. Si sedevano vicino, spalla contro spalla, aspettando che si accendessero le stelle.
   La più piccola delle tre si spinse in avanti, fino a che non riuscì toccare terra. Una volta in piedi, raggiunse la sua amica dall’altro capo della panchina, e si buttò fra le sue braccia.
  “Io non voglio lasciarti qui, tutta sola” scoppiò a piangere. “Se vuoi domani, quando i miei nuovi genitori verranno a prendermi, mi metterò a piangere così forte che non mi vorranno più portare con loro. Resteremo insieme.”
  “Ma non sarò sola” la tranquillizzò l’amica, accarezzando i suoi capelli lisci e neri. Sapevano di buono. Nonostante avesse compiuto da qualche giorno i cinque anni restava la più piccola fra le tre, la più affettuosa e quella più bisognosa di attenzioni. Le spostò una ciocca dietro l’orecchio. “Ci sono altre bambine qui e poi suor Angelica mi ha detto che il mese prossimo arriveranno altre famiglie che sono alla ricerca di una figlia.”
  “E chi sono?” chiese l’amica raddrizzandosi.
  “Non lo so, ma sono sicura che questa volta toccherà a me” rimase l’altra restando sul vago.
  “Speriamo” sospirò quella più piccola, asciugandosi le lacrime dal viso.
  “Io spero di dimenticarmi presto di questo posto! Voglio andare il più lontano possibile e non tornarci mai più!” si ribellò la bimba dai capelli biondi e ricci.
   La compagna rimasta in piedi imbronciò il labbro inferiore.
  “Vuoi dimenticare anche noi?” chiese, trattenendo a stento le lacrime impigliate fra le ciglia.
  “Adesso che siamo costrette a dividerci non potremo più vederci. Tanto vale salutarci qui e dirci addio” rispose categorica l’altra, tornando a trafficare con il golfino, distogliendo lo sguardo dalle due amiche.
   Era arrivata in orfanotrofio che aveva pochi mesi, abbandonata davanti al portone, in un cesto di vimini, un giorno di inverno. Fra le tre era quella più razionale e distaccata, quella che aveva imparato prima delle altre ad allacciarsi le scarpe da sola, e anche la più ribelle che mai aveva rispettato le regole del convitto, nonostante i duri rimproveri e castighi delle suore che l’avevano accolta.
  “Noi non ci lasceremo mai!” intervenne quella seduta al suo fianco. “Abbiamo fatto una promessa e dobbiamo mantenerla.”
  “È per questo che ci hai portato qui, questa notte?” chiese la più piccola. “Per ricordarci la promessa che abbiamo fatto?”
  “Sì. Voglio che ora tutte e tre giuriamo di non dimenticarci l’una dell’altra. Non dobbiamo permettere mai a nessuno di dividerci” tacque. Quando tornò a parlare la sua voce pareva un sussurro. “Non dobbiamo mai permettere a nessuno di allontanarci, come invece hanno fatto con Lorenza.”
  “Ancora?” la rimproverò l’altra, tornando a infilare il dito indice nel buco del golfino. Lo sfilò quando si rese conto che altri punti si erano slegati. “Lorenza è stata adottata da una famiglia. Te l’ho detto! L’ho vista tre notti fa, quando la portavano via! È salita su una macchina lunga e nera. Se ne è andata! Era anche felice. Saltellava come una rana per tutto il cortile” sventolò la mano libera come per minimizzare le sue parole.
  “Non è vero!” si intromise la più piccola. “Lorenza ci avrebbe salutato e poi non avrebbe mai buttato via il medaglione che portava sempre al collo. Era l’unico ricordo della sua mamma.”
  “Era uno stupido ciondolo!” si ribellò l’altra. “Quando è arrivata era troppo piccola per ricordarsi della sua mamma” con un salto si mise in piedi. Era la più alta delle tre e per lei era sempre stato più facile salire e scendere dalla panchina. “Lo sapevamo che, prima o poi, l’avrebbero adottata. Non aveva ancora cinque anni. I genitori che vengono qui a cercare una bambina vogliono che sia ancora piccola. Suor Angelica ci aveva detto che se ne sarebbe andata prima di noi.”
  “Perché portarla via di notte, senza farcela salutare?” s’intromise la bambina rimasta seduta al suo posto. “Io sono sicura che le sia successo qualcosa. Lorenza è sparita” sussurrò spostandosi la molletta che le pizzicava la testa. “Dopo aver visto quelle cose…”
  “Oh, basta!” si arrabbiò quella più alta. “Raccontava solo tante bugie! Non ha visto niente nei sotterranei dell’orfanotrofio. Non poteva scendere fino laggiù da sola. Io non ci ho mai creduto!” sbuffò, sollevando gli occhi vispi al cielo stellato, e aggiunse: “Vi dico che si è dimenticata di noi e se ne è andata. Adesso sarà in una bella casa, al caldo e con tanti giocattoli nuovi. Poi era troppo piccola per essere nostra amica.”
  La bambina con la molletta a forma di farfalla poggiò le mani sul legno bagnato e con una spinta scivolò a terra. Si sistemò la gonna.
   “Quando domani me ne andrò da qui non voglio più sapere niente di questo posto e neanche di quello che ha raccontato Lorenza” continuò l’altra. “Se ne è andata come hanno fatto anche suor Michela, suor Marianna e suor Carlotta. Anche loro avevano detto che non ci avrebbero mai lasciato e invece, all’improvviso, sono sparite nel nulla.”
  “Loro non erano delle vere suore” precisò la bambina più piccola.
  “Lo stavano per diventare. È uguale!” si stizzì lei, mettendola a tacere. “Tutti, da qui, alla fine se ne vanno e si dimenticano di quelli che restano” tacque, poi aggiunse: “Solo tu trovi bello questo posto. A me ha fatto sempre paura” rivolgendosi all’amica con la molletta a forma di farfalla.
  “Anche io spero presto di trovare due genitori che mi vogliano bene e mi portino via dall’orfanotrofio, ma questa è stata la mia casa, fin da quando la mia mamma mi ha abbandonato. E poi qui ho conosciuto voi due. Voi e Lorenza siete sempre state le mie sorelle.”
   La più piccola si buttò fra le sue braccia. Solo quella più alta rimase in disparte, tornando a giocare con il buco del golfino. Avrebbe anche potuto allargarlo fino a farlo diventare grande come una mela. Domani se lo sarebbe sfilato e lo avrebbe abbandonato sul letto, come quella gonna di tela ruvida che le pizzicava le gambe ogni volta che camminava. Il giorno dopo, avrebbe indossato la gonnellina a pieghe con la camicetta bianca, anche se le mancavano due bottoni, che metteva sempre quando i nuovi genitori arrivavano e suor Angelica le faceva sistemare tutte in fila, perché potessero guardarle meglio e scegliere quella che volevano come figlia.
  “E il medaglione di Lorenza? Chi lo vuole tenere?” chiese la bambina più piccola.
  “Io non lo voglio!” rispose schietta quella con i capelli biondi.
  “Tienilo tu. Sei tu che l’hai trovato e poi Lorenza si era affezionata a te. Ti voleva bene” confermò la terza.
  “Lo terrò stretto a me per non dimenticare mai che ho due sorelle fantastiche!” si eccitò l’altra tornando ad abbracciare l’amica che le era più vicino.
  “Sì, siamo sorelle” rise questa stringendola forte a sé. “Promettiamo che non ci lasceremo mai.”
   Le due bambine fissarono in viso la terza amica. Lei tornò a guardarle. Sbuffò, battendo i piedini a terra.
  “Okay, okay! Prometto! Ma come faremo?”
  “Ci scriveremo. Appena arriverete nelle vostre case nuove mi spedirete una cartolina con l’indirizzo. Io vi risponderò da qui. Poi, quando verrò adottata, vi scriverò il mio. Così non ci perderemo mai.”
  “Io non so ancora scrivere” frignò la più piccola.
  “Al tuo papà piacciono i libri” le ricordò l’altra. “Ti insegnerà lui, ne sono sicura. Ogni volta che una di noi si sentirà sola o avrà bisogno di aiuto scriverà una cartolina alle altre due. Potremmo anche spedirci delle lettere. Così sarà come se vivessimo ancora insieme. Lontano, ma vicine.”
  “Mi sembra proprio sciocco!” reagì la bambina stringendo il golfino con le mani. “Diventeremo grandi e abiteremo in città diverse.”
  “Se lo promettiamo riusciremo a non lasciarci mai” insistette l’altra sfilandosi la molletta dai capelli e liberando la ciocca che le ricadde sul viso. La spostò con la mano. Infilò il fermaglio fra i capelli dell’amica più piccola lisci e neri.
   Lei sorrise, sfiorandola con le dita.
  “Voglio che tu tenga anche la mia molletta porta fortuna. Così non ti sentirai mai sola” disse tornando ad abbracciarla.
  “La porterò sempre” le promise l’amica. “Non ci dimenticheremo mai neppure di suor Michela, suor Carlotta e suor Marianna” sussurrò piano, poi aggiunse: “Neppure di Lorenza.”
  “Loro resteranno sempre nel nostro cuore. Saranno i nostri angeli bianchi.”
  “Se lo dici tu” si arrese la bambina con il golfino bucato. “Ora possiamo andarcene di qui? Ho freddo e sono tutta bagnata. Se suor Angelica ci trova qui fuori ci sgriderà per l’ultima volta. Non voglio darle questa soddisfazione.”
  “Abbiamo promesso” ricordò l’altra, allungando il braccio in avanti e porgendo la mano davanti alle due amiche. La più piccola appoggiò la sua sopra. La terza fece altrettanto, con poco entusiasmo. “Siamo sorelle, niente e nessuno ci può dividere. Ricordatevelo sempre!”