Estratto di I MORTI CHE PARLANO

VI CONCEDO UN ASSAGGIO PERCHE’ IN FIN DEI CONTI SONO TROPPO BUONA!

Roma 24 dicembre 1974

 Un nevischio ghiacciato cadeva senza sosta da due giorni, mentre grigie nubi compatte soffocavano la città, rendendo l’aria irrespirabile. L’alba cedeva il posto al tramonto troppo presto, quando ancora le strade erano intasate dalle automobili. Procedevano lente, imbottigliate nel traffico di punta, contrastando gli ingorghi agli incroci lungo le vie principali della Capitale, prossima ad accogliere un inverno freddo e lungo. Solo di notte la città pareva trasformarsi e cadere nel silenzio, lasciando spazio ai pedoni infreddoliti che, stretti nei cappotti pesanti, camminavano con il capo chino, le dita avvinghiate al manico di ombrelli colorati. Avanzavano a passi frettolosi, lungo i marciapiedi deserti, sfiorandosi appena, desiderosi di fare ritorno alle proprie abitazioni calde e confortevoli, dove i loro cari li stavano aspettando.

   L’uomo si strinse addosso il soprabito troppo leggero per quel periodo dell’anno, incrociando le braccia al petto e nascondendo le mani infreddolite sotto le ascelle. L’aveva acquistato due settimane prima. Era in svendita in un negozio in via Palermo e, non appena l’aveva scorto, non aveva resistito. Era entrato e l’aveva provato, nonostante fosse consapevole che non l’avrebbe riparato dal gelo invernale, ma era stato catturato dal suo colore particolare che gli aveva ricordato la spiaggia calda di un’isola deserta. La cintura con la fibbia di metallo dondolava a ogni passo, sfiorandogli la coscia.
   Per sviare il vento freddo di quelle giornate, potrei indossare un maglione più pesante, aggiungendo anche una sciarpa e un cappello, aveva pensato mentre sfilava davanti allo specchio del negozio, sotto gli occhi compiaciuti della commessa. Non gli piacevano i cappotti di panno, troppo rigidi e ingombranti, quando si sedava in auto dietro al volante.
   Avanzò lentamente lungo il nastro d’asfalto, camminando vicino al marciapiede, senza voltarsi indietro, guardandosi le punte delle scarpe, cercando di evitare le pozzanghere. Non aveva fretta, nessuno lo stava aspettando a casa, in quel piccolo appartamento in via Cimarra, vicino a piazza degli Zingari e che, da qualche giorno, aveva deciso di vendere, per andare alla ricerca di qualcosa di più spazioso e luminoso. C’era stato un attimo in cui aveva creduto di potercela fare. Lasciarsi tutto alle spalle, far finta che non fosse accaduto nulla e cominciare una nuova vita.
   Scosse il capo. Ormai era troppo tardi. Tardi per tornare indietro, anche solo per decidere di andarsene da Roma, e da quel monolocale che lo ospitava da anni. Quell’incubo reale lo avrebbe seguito ovunque. Da giorni era dentro di lui, nella sua testa e nei suoi pensieri. Tacere era stato un obbligo al quale aveva dovuto piegare il suo volere, ma la sua coscienza avrebbe continuato a gridare per entrambi. In quel preciso istante, lui poteva essere a caccia della sua prossima vittima, e non c’era nulla che avrebbe potuto fare per impedirglielo. Tutto ciò in cui aveva sempre creduto per anni e che aveva appreso nell’arco della sua vita era crollato, soffocato da una verità che era stato costretto ad accettare fino a rendersi conto che nulla era mai stato come aveva sempre creduto che fosse. Gli avevano sempre raccontato solo menzogne, magistralmente contraffatte con mezze verità. Erano bastati pochi giorni e tutto, alla fine, aveva avuto un senso, e ora non sapeva più a cosa e a chi credere. Era solo.
   L’uomo si fermò a riprendere fiato. Il suo giudizio demordeva, lo rodeva dentro come un tarlo. Era colpevole del reato peggiore che un uomo, nella sua posizione, avrebbe potuto commettere, ma la sua volontà e il suo lavoro erano stati sopraffatti da chi, per lui, aveva deciso, obbligandolo al silenzio. Non avrebbe potuto vivere un giorno di più conoscendo ora la cruda verità. Quel segreto doveva scomparire per sempre, insieme a lui, perché non potesse nuocere ad altri in futuro.
   Riprese a camminare. Il vento freddo gli sferzava sul viso, lasciandolo senza respiro, costringendolo a piegare il capo in avanti, affossando il collo nel bavero del soprabito.
   Era uscito dal commissariato in via di San Vitale senza salutare i colleghi, scivolando fuori dal portone e camminando, a piccoli passi, fra le autovetture parcheggiate sulla strada. Si era soffermato davanti alle vetrine dei negozi, ma non aveva prestato attenzione a ciò che mettevano in mostra. Ai portoni delle case erano state appese alcune ghirlande e l’intera città era illuminata a festa, per ricordare che il giorno dopo sarebbe stato Natale.
   Anche lui avrebbe voluto essere con la sua famiglia, ad aspettare il sopraggiungere dell’Avvento. Avrebbe scartato i regali, sbirciato all’interno delle scatole colorate e rivestite di carta natalizia e, allo scoccare della mezzanotte, avrebbe sorseggiato un buon bicchiere di vino rosso invecchiato di decenni, scambiandosi gli auguri con gli amici invitati a cena. Tutto avrebbe dovuto essere diverso.
   All’angolo con via del Quirinale, si era arrestato davanti all’edicola chiusa. Lì, ogni mattina, per gli ultimi cinque anni, aveva acquistato il giornale e, infilandoselo sotto il braccio, aveva raggiunto il suo ufficio. Rimase a fissare la saracinesca chiusa. Il giorno dopo non avrebbe più potuto farlo. Sarebbe stato altrove. Ciò che quella notte doveva fare non poteva aspettare oltre.
   Ci aveva riflettuto tutta la giornata, seduto alla sua scrivania, in quella stanza angusta, ma luminosa, in fondo al corridoio, dove i rumori non arrivavano a disturbarlo. Aveva riletto ogni verbale, fissato le fotografie in bianco e nero recuperate da un cassetto con il doppio fondo, dove era solito nascondere ciò che non doveva essere trovato, e tutto gli era apparso così illogico e irrazionale. Avrebbe dovuto distruggere quei fogli giorni prima, cancellare dalla sua mente ogni fotogramma e trovare il modo per andare avanti, lasciando che qualcun altro se ne occupasse al posto suo. Così gli era stato ordinato, ma lui non era riuscito neppure a smettere di pensare a ciò che era successo. Come potevano chiedergli di far finta di nulla? Qualcuno doveva sapere, perché alla fine una speranza doveva esserci. Lo avevano obbligato a fare la sua scelta e ora, in cuor suo, sperava che fosse quella giusta. Nessun segreto restava mai sepolto sottoterra per l’eternità. Quando finalmente aveva deciso dove nascondere quel fascicolo, fuori dalla finestra del suo ufficio era già scesa la sera. Si era fermato a guardare oltre i vetri, con le braccia dietro la schiena, le dita delle mani saldamente incrociate fra loro e, solo in quell’istante, aveva preso la sua ultima decisione.
   Da quella posizione, aveva scorto la piazza acciottolata, fermandosi poi a rimirare i tetti delle case di una città muta. Ogni giorno, da qualche tempo, cercava con lo sguardo gli edifici più antichi di Roma. Li elencava, a uno a uno, nella sua mente, come se avesse timore che, durante la notte, qualcuno potesse trafugarli, facendoli scomparire nel nulla. Aveva allungato lo sguardo oltre piazza Navona, al di là del Tevere e, alla fine, era riuscito a vederla. La Città nella Città, la dimora del Re sopra ogni Re. O forse era stata solo un’illusione. Probabilmente, da quella finestra, la Città del Vaticano, piazza San Pietro e la basilica, con i musei e la cappella Sistina, non si riuscivano a scorgere. Forse ciò che aveva visto e ammirato, per interminabili minuti, era stato solo il profilo di ciò che sapeva essere lì da secoli.
   L’uomo si fermò a pochi passi dal ponte. Liberò le mani e sbirciò furtivamente l’orologio. Il Natale, quell’anno, avrebbe portato un altro evento importante. Di lì a poche ore avrebbe avuto inizio il giubileo. Da giorni Roma era assediata dai turisti, più che in qualunque altro periodo dell’anno, e così sarebbe stato per i mesi successivi.
   Alzò gli occhi, guardò in direzione di Castel Sant’Angelo e, come sempre, ne rimase ammaliato. Si era innamorato di quella città dal primo giorno in cui vi aveva messo piede. Conosceva ogni via, ogni passaggio, ogni edificio e ogni cripta sotterranea che aveva visitato più volte. Sapeva esattamente chi l’aveva costruita e quando, conosceva la sua storia fin nei minimi particolari, e questo non a causa del suo lavoro. Riusciva sempre a ritagliarsi un’ora al giorno, subito dopo il pranzo o di sera facendo ritorno a casa, per vagare per le strade deserte, per visitare i musei o anche solo per fermarsi in una piazza e leggerne la storia su qualche opuscolo destinato ai turisti. Ma di tutti i luoghi incantati di Roma, il vecchio ponte Sant’ Angelo sul lungotevere, noto anche come ponte Elio, ponte Adriano o di castello, era il monumento che aveva catturato di più la sua attenzione e la sua meraviglia.
   Fra quelle mura, nel 1527, durante il sacco di Roma, papa Clemente VII, attraversando il Passetto di Borgo, era riuscito a mettendosi in salvo, mentre i mercenari, comandati da Carlo di Bordone, appiccavano il fuoco a case, chiese e conventi, lanciandosi in saccheggi e violenze, devastando l’intera città per sette giorni e sette notti. Lì Beatrice Cenci, accusata di parricidio nel 1599, era stata decapitata, insieme alla matrigna e al fratello maggiore. L’esecuzione si era svolta davanti agli occhi della folla accorsa e del Caravaggio, divenendo così un’eroina popolare, non solo per la forza di carattere e per la tenacia nell’affrontare gli abusi paterni, gli interrogatori e le torture della Santa Inquisizione, ma soprattutto come figura esemplare del femminismo e immagine dell’opposizione al conformismo. Quasi 300 anni dopo, Victorien Sardou, drammaturgo francese, aveva inscenato il suo dramma storico in cinque atti, ambientato nella Roma ottocentesca, che aveva successivamente ispirato, nel 1900, Giacomo Puccini con l’opera Tosca.
   L’uomo lasciò scivolare il suo sguardo lungo il ponte acciottolato, illuminato da numerosi fari dalla luce gialla e calda e si concesse un sorriso. Le ombre delle statue degli angeli, posti su alti piedistalli, si allungavano sul selciato lastricato, regalando la sensazione, a chi lo percorreva, di non essere mai del tutto solo.
   Restare lì lo faceva sentire in pace con se stesso, regalandogli istanti di serenità. In qualche modo, facendolo avvicinare di più a Dio. Forse era vera la leggenda che gli aveva raccontato quel vecchio ambulante, quando, due giorni dopo aver accettato il trasferimento per Roma, si era imbattuto, per la prima volta, mentre camminava per quella strada. Veramente il ponte simboleggiava la comunicazione fra l’uomo e Dio, come un nuovo ingresso alla città sacra, lungo un percorso di espiazione. Gli aveva spiegato che le iscrizioni alle basi delle prime due statue, che raffiguravano San Paolo e San Pietro, ricordavano un antico detto romano e cioè che lì si accoglievano i superbi pentiti e penitenti. E lui vi aveva creduto, perché quella era sempre stata la sua religione, il suo credo e la sua ispirazione. Ora, davanti a quelle statue immobili, si rese conto che era giunto il momento di essere giudicato per i suoi peccati ed errori.
   Scosse il capo. Ultimamente, anche quel credo era andato sfumando. Si voltò a guardare la strada. Il chiosco del vecchio ambulante aveva la saracinesca abbassata. Si era illuso di poterlo salutare, anche se forse lui non si sarebbe neppure ricordato di averlo mai incontrato. Gli sarebbe piaciuto trascorrere ancora del tempo in sua compagnia e ascoltare i suoi aneddoti che narravano di una città antica. S’ incamminò lungo il pavimento di pietre abrase, scrutando, a una a una, le enormi statue angeliche che si innalzavano maestose e fiere alla sua destra e alla sua sinistra, con i piedi affondati in nuvole marmoree, ora più e ora meno voluminose, fino a che non trovò quella che stava cercando, l’angelo con il sudario, anche soprannominato angelo con il Volto Santo. Era stato realizzato nel 1670 dallo scultore Cosimo Fancelli e insieme agli altri nove reggeva l’Arma Christi. La statua era l’unica del gruppo che però non mostrava all’osservatore l’impronta della facies Christi, bensì era lui stesso che si rispecchiava nell’immagine del Volto di Cristo. L’uomo si fermò davanti e lesse ad alta voce, per l’ultima volta, la scritta impressa nel marmo.
  “Respicie faciem Christi tui” socchiuse gli occhi stanchi, lasciando che una lacrima scivolasse lenta, lungo la sua guancia. “Ricordati il volto del tuo consacrato” tradusse a memoria.
   La frase era stata tratta dal salmo 84, e possedeva anche una seconda traduzione, cioè ‘Guarda o Dio, nostro protettore, il volto del tuo consacrato’. L’interpretazione cristiana aveva spigato il significato rifacendosi all’ecclesiologia, la dottrina circa l’esistenza, la costituzione e le caratteristiche individuali della Chiesa. A differenza di tutte le epigrafi lasciate ai piedi delle altre statue, in questa cambiava il soggetto della frase. La Chiesa orante, con la parola ‘guarda …’ voleva lasciare intendere di pregare Dio di ricordarsi del Suo Cristo, cioè di rammentarsi del Suo Figlio Gesù. La Chiesa voleva ricordare a Dio l’azione di salvezza di Suo Figlio.
   L’uomo rabbrividì, quando si sfilò il soprabito nuovo. Lo piegò con cura, legandovi attorno la cintura e allacciando la fibbia. Lo depose con attenzione sul cornicione, perché non cadesse di sotto. Sollevò il capo restando a fissare il cielo scuro sopra di sé. Non avrebbe più visto le stelle brillare nelle notti estive di Roma, quando, scivolato fuori dal suo ufficio e lasciata la vecchia utilitaria parcheggiata nella piazza, si incamminava a piedi diretto verso casa.
   In lontananza si udì il grido di una sirena squarciare il silenzio della notte.
   Si aggrappò al cornicione e con un balzo vi saltò sopra. Rimase in equilibrio, allargando le braccia di lato, come fossero ali, pronte a sbattere per sollevarlo in aria. Fissò l’abisso sotto di sé. L’acqua gorgogliava copiosa dopo l’ultima piena, frangendosi sulle sponde di sterpaglie raggrinzite e soffocate da una poltiglia di neve e ghiaccio. Inspirò ed espirò profondamente con la bocca aperta. Sentiva il cuore battere in gola, ma non per la paura. Era arrivato il momento propizio. Ora non avrebbe più potuto tornare indietro, e fingere che non fosse accaduto nulla. Il suo gesto avrebbe lasciato in sospeso troppe domande, ma avrebbe messo la parola fine a quel macabro gioco. Se non lo avrebbe sconfitto, almeno sperava di poterlo fermare in tempo, prima che il peggio si scatenasse, distruggendo come una furia ciò che era stato e ciò che avrebbe dovuto continuare a essere. Si concesse un ultimo lungo sospiro, come se volesse liberare dal corpo la sua anima. Nudo del suo soprabito, avrebbe sentito freddo, ma l’acqua lo avrebbe inghiottito all’istante, senza lasciargli neppure il tempo di rendersene conto. Tutto avrebbe avuto una fine.
   Allungò un piede nel vuoto, mantenendosi in equilibrio. Sorrise divertito dall’idea che qualcuno, scorgendolo, avrebbe potuto pensare che volesse sostituirsi a uno degli angeli posti ai suoi lati.
   Trattenne il respiro, chiuse gli occhi e, abbandonandosi, si gettò nel Tevere.

E POI? (buona lettura)